Home

Advertisement

Customize
 
 
22 February 2009 @ 11:43 pm
Big Damn Table - #.041. Forme  

Titolo: La mia anima è cambiata
Fandom: Harry Potter
Personaggio/Coppia: Remus/Tonks, Sirius Black, Ordine della Fenice
Prompt: 041. Forme
Rating: Verde
Conteggio Parole: 2394
Riassunto: ''Una grande nuvola evanescente si levò improvvisamente sopra di lei. Incredula, Tonks osservò il proprio Patronus prendere la forma di un gigantesco lupo dal manto perlaceo e fuggire dalla finestra come se temesse di essere braccato''.
Disclaimer: Nessuno scopo di lucro mi ha portato a scrivere questa storia. I personaggi, come al solito, non sono miei ed io non ne detengo alcun diritto.
Note: Prima che una certa sostenitrice del Canon di mia conoscenza (non sono solita fare nomi... coff-coff... Saki) mi punzecchi amabilmente, sì, sono perfettamente consapevole che il Molliccio di Remus non può essere cambiato. Anzi, no. Non lo sono affatto. Alzi la mano qualcuno che lo sia e si metta in bella vista, così da poter essere defenestrato all'istante dalla sottoscritta. Anyway, ciò non è rilevante al fine della storia. Mettetevi l'anima in pace.
Per quanto riguarda la canzone che Sirius canticchia, vi informo che non è nientepopodimeno che You Know What to Do, dei miei amati Beatles. Il sempre presente Lexicon, invece, ci informa che Merton è il nome di un musicista delle Sorelle Stravagarie. Così avevo ribattezzato il giulivo rapace di Tonks nel Diario, e così è rimasto, mi spiace. I Patroni di Moody e Tonks, infine, sono una mia ipotesi (ma va?). Per qualche assurdo motivo, mi piace associare a Moody la figura dell'orso bruno (Saki, so che ho la tua inconscia approvazione... dai, dimmi che ce l'ho) e a Tonks quella del camaleonte. Prima che questo venisse brutalmente sormontato dal lupo, of course.
E ora direi che la pianto qui, o queste note d'autrice finiranno col diventare lunghe quanto l'intera one-shot.
Wotcher, gente!

 


 Il ragno gigante era sparito. Per un attimo, tutti si guardarono intorno per capire dov'era finito.
Poi videro una sfera di un bianco argenteo galleggiare a mezz'aria davanti a Lupin, che disse «Riddikulus!» quasi pigramente.

Da Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban

 

Remus si lasciò scivolare contro la parete del corridoio del numero dodici di Grimmauld Place. Ansante, si passò una mano sul volto provato, le dita sottili che tremavano febbrilmente e la mente sommersa da un afflusso tumultuoso di pensieri incoerenti. Rimase seduto sul pavimento freddo per diversi minuti, concentrando tutte le sue forze al fine di comprendere cosa, esattamente, fosse appena accaduto.
Dacché aveva memoria, dinanzi a lui i Mollicci avevano sempre assunto le sembianze evanescenti della luna piena. Non riusciva a capacitarsi di come quello nascosto nel vecchio scrittoio appartenuto al defunto Orion Black avesse cambiato forma. Non poteva permetterselo.

 

§§§§§

 

«Che c'è?» esordì di punto in bianco Sirius, distogliendo la propria attenzione dal piccolo foro che il tempo e le tarme, simili nella loro avidità, avevano lasciato sul bracciolo della poltrona sulla quale, dopo ogni cena, amava sprofondare.
Nonostante l'amico apparisse, come sempre, piuttosto tranquillo, a Sirius non sfuggì il tremito che attraversò le sue mani. Dovette attendere qualche secondo prima che Remus, posando in grembo il libro che stava leggendo, lo guardasse negli occhi. Interpretando quel silenzio esasperato – perfino per i canoni soliti di Remus – come il presagio di un problema più grande di quanto, forse, non aveva previsto, appoggiò il mento al palmo della mano e lo scrutò intensamente. Conosceva Remus abbastanza bene da sapere che, se gli avesse lasciato il giusto tempo per riflettere, avrebbe eluso la sua domanda con una risposta spiazzante alla quale, difficilmente, Sirius avrebbe potuto ribadire. Non essendo questo l'obiettivo che bramava raggiungere, decise di non concedere ai suoi rapidi ragionamenti altri secondi preziosi.
«Quale mostro, questa volta, ti affligge?» continuò incisivo. «Sono assai curioso».
«Suppongo che dopo il ritorno di Lord Voldemort le mie paure coincidano anche con le tue, Sirius» rispose lentamente Remus, misurando con cautela ogni singola parola. «In virtù di ciò, non capisco a cosa ti stia riferendo».
Sirius si lasciò sfuggire un breve ghigno vittorioso: Remus stava già incassando i primi colpi e, presto, avrebbe certamente alzato bandiera bianca e confessato i propri tormenti. Sorrise nel pensare che, in fondo, una parte di loro non sarebbe mai cambiata.
«Piantala» lo ammonì con un gesto frettoloso della mano. «Sai perfettamente a cosa mi sto riferendo».
Remus trasalì impercettibilmente, ma non parve intenzionato a demordere.
«No, affatto» ribadì con decisione.
«...you know what to do...» canticchiò Sirius, osservando le proprie unghie con aria falsamente distratta. «Sai cosa fare, vecchio mio: sputa il rospo, o potrei tormentarti per il resto della vita. E se ho voglia, chissà, forse anche dopo la morte» aggiunse con tono di sfida.
Remus sbuffò, richiuse il libro e lo posò con cura accanto a sé. Nel vederlo compiere una simile azione, Sirius si colpì la fronte ed esclamò melodrammatico:
«Porca vacca, ha chiuso il libro! Oh, Circe, dimmi tu in che razza di casino si è cacciato questo debosciato...».
«Temo sia uno di quelli che ti si avviluppano addosso, Sirius...» mormorò con serietà Remus.

Incrociando le braccia al petto e rivolgendogli un'occhiata grave, Sirius gli fece cenno col capo di continuare. Remus deglutì faticosamente e strinse le mani con un gesto convulso. Era un movimento che Sirius gli vedeva compiere in rare occasioni: era il primo atto con cui si erano sempre aperte le tragedie personali di Remus. Lentamente, il nervosismo e l'agitazione prendevano il sopravvento sul suo serrato autocontrollo, sconvolgendo completamente il suo naturale raziocinio. Iniziava a deglutire a fatica, stringeva spesso i pugni e non distoglieva lo sguardo dalle proprie mani. Quando Sirius lo vide abbassare il capo, seppe che non avrebbe incontrato gli occhi dell'amico per almeno un paio di minuti.
«Si tratta del Molliccio nello scrittoio di tuo padre» prese a spiegare finalmente Remus, torcendosi ansioso le dita.
Sirius inarcò pesantemente un sopracciglio, confuso, ma preferì tacere e lasciare che Remus, seppur forzatamente, passasse da solo al secondo atto, quello decisivo: la sua riservatezza sarebbe crollata come un castello di carte e avrebbe impersonato un fiume in piena di paure e problemi. Perché, se Sirius era sicuro di una cosa, questa era proprio la gravità effettiva di quella situazione. Il controllo che Remus si era sempre imposto aveva dell'incredibile e quando questo veniva a mancare... be', non era certo per qualche comune bagatella.
«Stamane, dopo colazione, avevo deciso di sbarazzarmene» riprese in tono febbrile Remus. «Sono salito al piano di sopra, mi sono chiuso la porta alle spalle e ho fatto scattare la serratura dello scrittoio. Avevo già la bacchetta tesa all'altezza della mia testa, perché... perché è sempre lì che lei compare. Ero pronto a farla sparire dalla mia vista per l'ennesima volta, ma... ma non c'era. Non c'era niente davanti a me, Sirius; solo l'antro buio dello scrittoio. E poi...» si bloccò improvvisamente, districando le mani una dall'altra e affondandole nei cappelli striati. «E poi ho visto lui».
«Lui?» chiese Sirius, fissandolo con intensità.
Finalmente, Remus sollevò gli occhi su di lui e Sirius, nonostante tutto, si stupì nel leggervi tanta angoscia.
«Chi è “lui“, Remus?» cercò di spronarlo. Iniziava a risentire dell'influenza nervosa e instabile dell'amico.
«Il lupo» mormorò l'altro, con l'aria di chi sta confessando un imperdonabile crimine. «Al posto della luna, c'era il lupo. Avanzava dall'ombra e più la distanza fra noi si accorciava, più io riuscivo a vederlo con maggiore nitidezza. E quando mi sono reso conto di cos'era veramente...».
Si bloccò, scuotendo piano la testa.
«Cos'era?» incalzò Sirius.
Vacillando un poco, Remus si umettò nervosamente le labbra, ma non rispose.
«Remus» lo chiamò con forza Sirius. «Che diavolo hai visto?».
«Dalle sue fauci gocciolava sangue» eruppe velocemente. «Dalle mie fauci, Sirius. E dietro di lui...» s'interruppe nuovamente e affondò ancora il capo fra le mani, coprendo gli occhi stravolti e lucidi. Pareva fuori di sé dall'angoscia. «Era riversa sul pavimento... aveva la pelle pallida come... e il suo viso... il suo viso era... Merlino, l'ho potuta riconoscere solo dai capelli».
Sirius tacque per qualche istante, poi affermò con convinzione:
«Ti avevo avvertito che la tua non sarebbe stata solo un'attrazione passeggera».
«Non è possibile. Non posso essermi davvero innamorato di lei» biascicò l'altro, stupefatto di udire simili parole uscire dalle proprie labbra.
Con un mezzo ghigno, Sirius inarcò un sopracciglio e lo fissò divertito.
«Perfino il tuo più grande timore ha cambiato forma, Lunastorta» ridacchiò, grattandosi con aria vaga la nuca. «Fa' una botta di conti, amico, perché ci sei dentro fino al collo».
Remus continuò a torturarsi le mani e a mordicchiarsi le labbra angosciato. Quando sollevò il viso sull'altro mago, Sirius rimase spiazzato nel vedere i suoi occhi tanto arrossati.
«Promettimi che non lo dirai a nessuno» lo supplicò piano. «Promettimelo, Sirius».
«Non lo dirai nemmeno a lei, non è vero?».
Lui scosse lentamente il capo.
«Non dovrà mai saperlo». 

§§§§§ 

Dopo diversi minuti, il fastidioso raggio di sole che filtrava della persiana finì per strappare Tonks dall'ennesimo sonno tormentato. Cercando di liberarsi dall'intrico di coperte nel quale si era intrappolata, mugugnò qualche incomprensibile imprecazione. Tentò di scalciare con forza, ma si sporse troppo verso destra e finì per capitolare sul pavimento freddo della propria stanza.
«Oh, porco cane» borbottò con una smorfia indispettita, sfregandosi il fondoschiena dolorante. Afferrò l'orologio abbandonato nel caos del proprio comodino e arricciò il naso: le sei e tre quarti.
Imprecò per la seconda volta e si alzò in piedi, consapevole che, ormai, tentare di riaddormentarsi si sarebbe rivelato perfettamente inutile. Si grattò distrattamente la schiena, si stiracchiò con un grande sbadiglio e individuò con lo sguardo le proprie ciabatte, nascoste dalla maglia del pigiama che si era tolta la sera prima, quando il caldo soffocante della stanza si era fatto insostenibile. Le indossò con uno sbuffo scocciato e arrancò sgraziatamente fino al piccolo cucinotto del suo misero bilocale, pregando tutti gli spiriti di sua conoscenza che in casa fosse rimasto qualcosa – qualsiasi cosa – di commestibile.
«Ehilà, Merton» si rivolse al piccolo gufo appollaiato sul treppiedi. «Spero che almeno tu abbia riposato come Merlino comanda».
Il volatile emise uno strillo acuto e svolazzò fino alla spalla della padrona, in attesa che gli fosse servita la colazione».
Tonks aprì la credenza ma, naturalmente, non si stupì nel trovarla tragicamente vuota. Erano tre settimane, ormai, che il bigliettino attaccato ad uno degli sportelli le ricordava di “fare assolutamente la spesa“. Passò un dito sulla superficie di legno dello scaffale più in basso e si fissò sconcertata il polpastrello impolverato.
«Cavolo» sbottò qualche istante dopo. «Prima o poi, moriremo di fame, palla di piume».
Rovistò ancora nei cassetti e, perlomeno, riuscì a trovare un po' di becchime e un sacchetto dimenticato di caffè. Merton, sbattendo freneticamente le ali, si avventò sul contenitore con aria avida.
«È inutile che fingi di avere fame per farmi sentire in colpa, Merton» gli disse Tonks, tentando di avvitare la vecchia caffettiera con scarsi risultati. «Se c'è uno stomaco che brontola, qui dentro, non è certo il tuo. Si può sapere che razza di bestiola ti sei divorato, stanotte? Il davanzale non è mai stato tanto lercio».
Il piccolo gufo torse la testolina e parve fissarla con aria interrogativa.
«Lascia stare» aggiunse, scuotendo con aria vaga la mano. Si avvicinò alla finestra con l'intenzione di ripulirla dai rimasugli della caccia di Merton, ma si bloccò improvvisamente davanti al proprio riflesso. Incupendosi di colpo, prese fra le dita una ciocca di capelli e se la rimirò stizzita.

 «Confronto a me sei ancora una bambina, Ninfadora. Non ho il becco di un quattrino, non ho un tetto sopra la testa e, ancor peggio, sono un lupo mannaro!» gridò con decisione Remus, muovendo concitato le braccia e fissandola con sguardo ardente.
«E questo dovrebbe forse importarmi?» disse lei con altrettanta energia, muovendosi verso di lui in un muto gesto di sfida.
«Sì, dannazione, dovrebbe eccome!».

Tonks strizzò gli occhi con un'espressione concentrata, ma quando li riaprì i suoi capelli erano dello stesso grigio sbiadito di qualche istante prima.

 «Non credere che questa storia finisca qui...» mormorò con voce rotta Tonks, stringendosi nelle spalle e guardandolo avanzare verso la porta. «Non azzardarti a crederlo, Remus, perché è appena iniziata!». «Questa storia non è mai iniziata» ribatté laconico lui, stringendo le dita attorno alla maniglia e chinando la testa per non incontrare gli occhi di lei. «E non può iniziare».

 Riprovò una seconda volta, e poi una terza e una quarta, ma non ottenne alcun risultato soddisfacente. Scuotendo rassegnata il capo, aprì la finestra e allungò la mano verso la tasca posteriore dei pantaloni.
«Oh, dove diavolo avrò messo...?» esclamò stizzita, esaminando la cucina in cerca della propria bacchetta. «Beccata!» aggiunse con un mezzo sorriso, afferrandola dal ripiano più basso della credenza.
Si voltò verso il davanzale e fece un respiro profondo, tentando di richiamare a sé tutta la concentrazione di cui disponeva.
«Gratta e netta» scandì risoluta.
Un paio di piume e qualche grumo di irriconoscibile sporcizia svanirono in una piccola scia di luccicanti scintille rosate. Storcendo un poco il naso e fissando delusa il risultato del suo incantesimo, Tonks dedusse che, in fondo, la situazione era un poco migliorata.
Stava per chiudere nuovamente la finestra, quando una nuvoletta di vapore argenteo le sfrecciò rapida accanto al fianco, facendola sobbalzare. Il Patronus, torcendosi in nuvole sempre più grandi, prese la forma di un grosso grizzly dall'aspetto pericoloso. Tonks sospirò e si appoggiò al muro, in attesa che questo parlasse.
«Riunione anticipata di un'ora. Attendo conferma. Vigilanza costante» proferì la voce burbera di Alastor Moody.
«''Attendo conferma. Vigilanza costante''» gli fece il verso Tonks, ridacchiando fra sé e sé e guardando l'orso svanire. «Che Salazar ti porti, Malocchio. A te, e alla tua vigilanza costante».
Allungò la bacchetta verso la finestra e chiuse gli occhi per focalizzare un ricordo felice.

 «Benvenuta al Quartier Generale degli Auror».

 «Expecto Patronum!» scandì.
Nell'istante esatto in cui pronunciava l'incantesimo, nella sua testa rimbombò una voce roca: ''Questa storia non è mai iniziata''.
Tonks riaprì improvvisamente gli occhi e, fissando la bacchetta, scoprì con sconcerto che dalla sua punta non era uscito il solito camaleonte, ma solo un vago sbuffo di fumo perlaceo.
Non è possibile.
Scuotendo la testa terrorizzata, strizzò gli occhi e cercò nuovamente di concentrarsi.

«Benvenuta al Quartier Generale degli Auror, signorina Tonks».

 «Expecto Patronum!» ripeté con forza, stringendo le mani tremanti attorno all'impugnatura di ciliegio.

 ''E non può iniziare''.

 Fissando un punto indefinito fra i tetti di Londra, Tonks si aggrappò con forza al davanzale della finestra e cercò di trattenere una lacrima. Si strinse nella braccia e rimase immobile per diversi minuti, tremando appena fra i singhiozzi.
''Non riesco più a fare magie''.
Travolta da un pianto irrefrenabile, si lasciò scivolare lungo il muro sotto lo sguardo confuso del piccolo gufo. Guardò febbrile la bacchetta che tremolava fra le sue mani.
«Expecto Patronum... oh, ti prego, Expecto Patronum...».

 ''Ti amo troppo per non impedirti di distruggere la tua vita''.

«Expecto Patronum».
 Una grande nuvola evanescente si levò improvvisamente sopra di lei. Incredula, Tonks osservò il proprio Patronus prendere la forma di un gigantesco lupo dal manto perlaceo e fuggire dalla finestra come se temesse di essere braccato.''Non puoi fermare ciò che hai già iniziato''.

 

§§§§§

 

Alastor Moody si alzò di scatto dalla propria sedia ed estrasse la bacchetta dal mantello con un guizzo rapido. Molly Weasley, sussultando al suo scatto improvviso, emise un piccolo strillo e portò le mani al petto, spaventata. Al suo fianco, il marito abbassò veloce la Gazzetta del Profeta e fissò lo strano Patronus che era comparso nella cucina della Tana. Kingsley Shacklebolt guardò confuso Hestia Jones, mentre Bill Weasley, estraendo a sua volta la bacchetta, si avvicinava di qualche passo alla madre, inquieto.
«Messaggio ricevuto» mormorò il lupo con una flebile voce femminile che fece trasalire i presenti. «Ci vediamo dopo».
Minerva McGranitt rivolse ad Albus Silente un'occhiata interrogativa. L'anziano mago, senza distogliere lo sguardo dalla possente creatura, annuì lentamente, intrecciò le lunghe dita davanti al volto ed emise un vago sospiro.
«E così, ha avuto inizio».


 
 
Current Location: La
Current Mood: cheerfulcheerful
Current Music: What a wonderful world - Louis Amstrong
 
 
 
 

Advertisement

Customize